You don’t know how to look because you don’t know the names.

di francofada

We were about thirty miles below the Canadian border in a rambling encampment that was mostly barracks and other frame structures, a harking back, maybe, to the missionary roots of the order – except the natives, in this case, were us. Poor city kids who showed promise; some frail-bodied types with photographic memories and a certain uncleanness about them; those who were bright but unstable; those who could not adjust; the ones whose adjustment was ordained by the state; a cluster of Latins from some Jesuit center in Venezuela, smart young men with a cosmopolitan style, freezing their weenies off; and a few farmboys from not so far away, shyer than borrowed suits.
“Sometimes I think the education we dispense is better suited to a fifty-year-old who feels he missed the point the first time around. Too many abstract ideas. Eternal verities left and right. You’d be better served looking at your shoe and naming the parts. You in particular, Shay, coming from the place you come from.”
This seemed to animate him. He leaned across the desk and gazed, is the word, at my wet boots.
“Those are ugly things, aren’t they?”
“Yes they are.”
“Name the parts. Go ahead. We’re not so chi chi here, we’re not so intellectually chic that we can’t test a student face-to-face.”
“Name the parts,” I said. “All right. Laces.”
“Laces. One to each shoe. Proceed.”
I lifted one foot and turned it awkwardly.
“Sole and heel.”
“Yes, go on.”
I set my foot back down and stared at the boot, which seemed about as blank as a closed brown box.
“Proceed, boy.”
“There’s not much to name, is there? A front and a top.”
“A front and a top. You make me want to weep.”
“The rounded part at the front.”
“You’re so eloquent I may have to pause to regain my composure. You’ve named the lace.
What’s the flap under the lace?”
“The tongue.”
“Well?”
“I knew the name. I just didn’t see the thing.”
He made a show of draping himself across the desk, writhing slightly as if in the midst of some dire distress.
You didn’t see the thing because you don’t know how to look. And you don’t know how to look because you don’t know the names.

From Don DeLillo, Underworld, excerpt part 5

Quando in passato mi è capitato di parlare con amici di Underworld mi sono sempre divertito a definirlo il più grande libro sull’immondizia che sia mai stato scritto. I nostri rifiuti, i nostri scarti e la loro importanza nella nostra vita sono descritti da DeLillo in maniera quasi maniacale. Per alcuni personaggi diventano oggetti da collezione (non a caso Underworld è anche l’epopea di una palla da baseball), per altri fonte di lavoro, per altri ancora oggetto d’arte, per tutti una presenza che influenza le loro vite. Persino il titolo del romanzo è dato da un fantomatico film di Eisenstein, Unterwelt, del quale DeLillo descrive il fortunoso ritrovamento: perduta, scartata dalla storia, la pellicola diventa improvvisamente oggetto di culto degli intellettuali.

Apparentemente questa chiave di lettura di Underworld non ha nulla a che fare con il brano riportato qui sopra. Tuttavia per comprendere a fondo il dialogo tra il protagonista Nick Shay e il padre gesuita, è necessario sapere che quest’ultimo è preside e insegnante del riformatorio-istituto in cui si trova Nick. Un luogo dove ci si occupa del recupero degli scarti della società.

Per poter guardare e comprendere il mondo Nick deve conoscere i nomi. Dare un nome ad ogni parte della scarpa permette di cogliere l’esistenza e l’importanza di quella parte nel tutto. L’atto di dare un nome alle cose, il primo gesto compiuto da Adamo nella Genesi, è alla base della conoscenza stessa. Nella parte successiva del dialogo (non riportata nella nostra citazione), Nick chiede al proprio insegnante come possa conciliare l’invito a conoscere i nomi con l’altrettanto importante insegnamento di non imparare a memoria i concetti, ma di riflettere e di farli propri. Di nuovo, con calma e chiarezza, il gesuita riesce a spiegare a Nick come la conoscenza debba essere fondata su delle basi e come queste permettano quindi di costruire ragionamenti e riflessioni. Un invito dunque a coltivare entrambi gli aspetti del nostro modo di apprendere le cose: conoscere l’oggetto e riflettere su di esso.

Osservando in questa maniera ciò che ci circonda, diventa impossibile considerare il rifiuto come un corpo estraneo alla nostra realtà. Come la tomaia, il cerchietto, l’aghetto, il tacco e tutto il resto concorrono a creare la scarpa, così gli scarti sono parte integrante del nostro mondo. Non a caso un altro importante argomento di Underworld è la minaccia nucleare, con le sue scorie e i suoi mostri. DeLillo ci ricorda che questa terribile ombra incombe tuttora su di noi, impossibile da non vedere, eppure ignorata.

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